Quattordici monetine trovate tra i cuscini del divano e sotto i telefoni pubblici alla stazione: nemmeno un euro per un pane. E due figli a casa che hanno fame. Non piangono, ormai, cresciuti in questa crisi non ancora adolescenti non conoscono la dignità del diritto di vivere. Aspettano che sulla tavola appaia un miracolo di pane e per dirla tutta magari un pesce. Ma dio dov'è? Ma dio cos'è? Ogni giorno sono io a salire il calvario delle scale di casa per poi guardarli negli occhi affamati e tristemente interrogativi: “no, non ho trovato nulla”. Ho quarant'anni e non son buono neppure a fare il servo. Nascondo la mia laurea in Ingegneria Civile e cammino chino con gli occhi a terra. E poiché il mio curriculum dei giorni belli spaventa chi m'offre da lavorare preferisco lasciarlo nel cassetto per poter magari pulire i vetri.
La loro madre andò via di casa quel giorno che andai a lavorare come tutti i giorni. Ma quella mattina i cancelli della fabbrica rimasero chiusi senza alcun preavviso. Ci guardavamo attoniti e spaventati chiedendo ai rappresentanti sindacali chiarimenti, ma anch’essi non ne sapevano nulla. Verso le 11 arrivo la notizia che la Società non avrebbe più aperto e che i proprietari erano irreperibili ormai da giorni. Aspettammo fino alle 18.30 parlando, discutendo sul da farsi. Nel primo pomeriggio arrivò il segretario di un sindacato che prese le generalità e le appuntò sul suo taccuino e prelevando dalle nostre tasche 10 euro per una azione legale contro la Società. Se ne andò dopo una mezzora e di lui non avemmo più notizie, e nemmeno dei soldi. Ancora oggi, dopo tre anni, non abbiamo più avuto ne’ notizie ne convocazioni. Prima della chiusura dovevamo avere tre stipendi arretrati che nessuno ci ha pagato. Niente liquidazione. Solo una somma dalla previdenza sociale che bastò solo a pagare le bollette arretrate. Intanto il mutuo non potevo pagarlo e quindi dovetti lasciare la casa acquistata alcuni anni prima ricavando poche migliaia d’euro dalla vendita all’asta che utilizzai per prendere in affitto un appartamento di 40 mq in periferia. Una stanza da letto e un saloncino con divano-letto e angolo cottura al sesto piano di uno stabile fatiscente. Mia moglie era sparita era andata con un amico d’infanzia a fare teatro (una sua ambizione) e spesso ne cercavo notizie su internet (quando mi capitava un pc a portata di mano), ma nulla. Di lei non si sapeva nulla.
Alcuni beni di prima necessità come cellulare e internet sono state le prime vittime del mio lavoro perso e ho spento definitivamente la TV per non pagare il canone e per non sentire ancora le parole vuote di governanti troppo distratti dalla retorica e dai giochi del potere, ma prima li sentivo discutere di stipendi parlamentari - meritati oppure no - che sono offesa a troppa umanità e a questi quattro occhi che ora mi fissano dal baratro della miseria, figli dell’ambizione di una madre inetta.
Intanto aspetto e intanto ho fame. Giro per le vie della città con le mani in tasca setacciando ogni molecola del mio cervello, ma senza risultato. Le luci d'un supermercato sono un attimo di gioia ed entro. Entro solo per guardare e vedo gli stessi occhi che conosco in altri volti tristi che scrutano il vuoto dei portafogli ed assumono pose pensierose. Sui loro volti appaiono e scompaiono idee, filosofie, soluzioni, disincanto , disperazione… poca gente nelle corsie e i prodotti colorati tutti in fila invitano con le offerte speciali all’acquisto. Alle casse, un carrello quasi pieno, cattura gli sguardi degli astanti e tanta invidia probabilmente. Gli altri carrelli sono semivuoti e i loro “proprietari” li guardano con compassione.
E una sorpresa vedere il registratore di cassa che per tutto quel ben di dio segna solo 17,75 euro e la signora che paga con un sorriso soddisfatto, tanto di cappello a questa esperta della spesa ai tempi del risparmio.
Io qualcosa devo pure fare qui e ora! E la giustizia me l'immagino compagna e qui mi sarà forse anche amica e chiuderà un occhio se prendo (senza pagare) una scatola di tonno e un filone di pane. E tornando a casa mi sarà a fianco quando gli occhi che ho lasciato lì sul divano rideranno e - almeno per stasera – mangeranno qualcosa. E poi non sarà grave l’essere scoperto, se succede, non sono un assassino, ma solo un padre.
Intanto arriva alle casse un carrello pieno zeppo d’ogni bene e inizia la conta delle merci che si sente in tutto il supermercato col suo bip continuo. L’uomo grasso che aspetta il conto suda abbondantemente nella camicia bianca.
Nel frattempo ho infilato una scatola di tonno da quattro porzioni nella mia tasca dei pantaloni. Le coste e la mia magrezza occorrono allo scopo di celarla alla vista dei vigilanti. Ora solo un po’ di pane e poi con naturalezza scivolare attraverso l’uscita.
Ma che succede? Alla cassa quel signore insiste perché la signorina passi ancora una volta la sua carta di credito che già due volte è stata rifiutata. L’uomo è rosso di furore e di vergogna la camicia, attaccata alla carne, è fradicia mentre la signorina dalla voce cinica e metallica lo informa che “la transazione è stata negata”. Mentre dietro lui altri avventori dai carrelli più miseri iniziano a lamentarsi, quasi felici dell’imbarazzo del signore “insolvente”. Arrivano due addetti del negozio e gli portano via il carrello per rimettere la merce al suo posto. L’uomo ora si volta verso l’uscita col capo chino saluta e piange.
Nell’altra tasca infilo una baghette. Vi entra quasi per metà ed il resto va a finire quasi sotto l’ascella. Mi faccio un giro controllando il risultato sulle vetrine a specchio dei frigoriferi: non si vede nulla. Ora posso uscire, ma prima chiederò ad un commesso se hanno quel dato prodotto (scelto proprio perché non ce l’hanno) e guadagnerò la porta dispiaciuto per non averlo trovato.
La ragazza con cui parlo si trova molto vicina all’uscita e alle casse. E’ giovanissima e gentile, si scusa e tenta di propormi un altro prodotto in sostituzione, ma io sono troppo attaccato a quel prodotto (che non hanno) che non posso prenderne un altro. La ringrazio e guadagno l’uscita oltrepassando il tornello senza alcun ostacolo.
Davanti a me una vecchia signora si avvicina all’uscita. Ha una busta con delle mele rosse. Cammina piano un passo dopo l’altro strusciando i piedi. Io le resto dietro tranquillo e per gentilezza le apro la pesante porta di uscita dal supermercato. Ella mi ringrazia, ma mentre mi sorride la sua busta di plastica si rompe e il contenuto si versa rotolando in ogni direzione.
In un certo senso è divertente quel che accadde: mi chino istintivamente per raccogliere le mele alla signora dimenticando che ho la refurtiva sotto braccio quando di fronte a me un vigilante si piega anch’esso per raccogliere la frutta. Alza gli occhi verso di me e mi guarda strano: la baguette che tenevo in tasca ora mi esce dal colletto della giacca. Io gli sorrido, ma lui si alza indifferente alle mele della signora e mi chiede lo scontrino. Getta un occhio alla cassiera (unica cassiera) e capisce. Mi prende gentilmente sotto braccio e mi porta nell’ufficio li vicino. Mi perquisisce e trova anche il tonno.
L’ufficio ha le finestre a vetri che guardano alle casse e la guardia giurata mi chiede se ho intenzione di pagare la merce che mi ha trovato in tasca. Io gli mostro le mie 14 monetine. Tre monete da dieci, due da venti, tre da cinque, due da due e quattro da un centesimo. Totale 93 centesimi! Il conto della baguette e del tonno fa un totale di 4,35 euro. Gli dico che non ho altro e che a casa ci sono i miei figli che hanno fame. Quasi una sceneggiata, ma vera. Terribilmente vera!
Evidentemente mentre raccattavo le monetine dalla tasca lo sceriffo aveva fatto un cenno alla cassiera poiché dopo nemmeno cinque minuti arrivò una macchina della Polizia con la sirena e lampeggiante accesi. Ne uscirono due uomini di cui uno in divisa che col mitra restò appoggiato all’auto l’altro in borghese e presumibilmente disarmato entrò nel supermercato e quindi nell’ufficio.
Chiese alla guardia cosa fosse accaduto in disparte poi si volse verso di me e mi formulò la stessa domanda. Sulla cinquantina quasi calvo, gentile nei modi e nel parlare mi rivolse un sorriso tranquillizzante. Io non ero affatto agitato, ero cosciente del mio delitto e dei motivi che mi avevano spinto a perpetrarlo. La mia coscienza non ne risentiva. Ero solo preoccupato per i ragazzi che mi aspettavano a casa. Chiesi di telefonare e il poliziotto mi fece usare il suo cellulare. Chiamai la nostra vicina (la linea telefonica del mio appartamento era stata tra le prime vittime della disoccupazione) informandola che avrei tardato. Lei mi informò a sua volta che avrebbe portato ai ragazzi una frittatina per bloccare il loro stomaco fino al mio arrivo e che gli avrebbe fatto compagnia nell’attesa. Augusta si chiama, una bella donna non troppo alta sulla sessantina, sola.
Chiarita la dinamica degli eventi e stante la denuncia del direttore del supermercato fui invitato a seguire l’ispettore nell’auto e da li al commissariato.
Fui presentato al Commissario, una donna giovane e bella, che mi chiese dell’accaduto e del perché l’avessi fatto. Raccontai tutto: dalla perdita del lavoro a quella meno grave, ma significativa di mia moglie. Dei ragazzi a casa che mangiano una frittata offerta dalla vicina, di una laurea inutile.
Ella ascoltava talvolta scrollando la testa sembrava infatti che avesse già visto questo film milioni di volte. Non trascriveva nei suoi appunti i fatti ma solo generalità e alcune informazioni vaghe sulla mia vita. Dopo un’ora e mezzo circa mi porse un foglio che l’appuntato aveva scritto col computer. Mi chiese di leggere e firmare. Lessi e firmai. Era una denuncia a piede libero. Mi spiegò che non fece la “direttissima” per via dei figli, anche se ero stato colto in flagranza di reato. La ringraziai per questa gentilezza e tornai verso casa con le tasche vuote e schedato per quella Giustizia in cui poco prima avevo creduto Amica.
Non ero arrabbiato, percorrevo con calma la strada ormai buia. Le mani in tasca, la testa china, guardavo le punte delle scarpe alternarsi ritmicamente sul marciapiede. Nessun pensiero nella mia mente, nessuna fretta di arrivare.
Forse per ritardare l’arrivo salii le scale (non c’è ascensore) fino al sesto piano quasi soffermandomi a riflettere ad ogni gradino, ma non avevo pensieri ne la voglia di arrivare a casa, ne la voglia di abbracciare i miei figli, ne il coraggio di mostrare il mio volto sconfitto. Arrivai silenziosamente al piano e poggiai la testa alla porta. Sentivo ridere i ragazzi con la signora Augusta che parlava della scuola e dei suoi tempi come fossero delle comiche. Una donna davvero buona e simpatica.
Oltrepassai il sesto piano e andai più su in totale silenzio. La torre conta 12 piani ed in cima c’è un bel terrazzo con un panorama sulle colline appena fuori città. E’ una notte fresca senza nuvole e con poco inquinamento luminoso si vedono tutte le stelle ed anche Venere a occhio nudo. Di sotto il giardino è ben curato e il manto erboso è morbido.
Avrei milioni di desideri e nessuno avrei potuto veder realizzato in questa società indifferente in cui la politica sociale è destinata al benessere di pochi ed è cruenta coi bisogni della gente. In cui la Giustizia funziona in egual modo per tutti tranne che per alcuni. In uno Stato la cui mano è tesa al bacio dei padrini ed è pugno su greggi di pecore ignavi.
Non sono arrabbiato, sarebbe inutile. Invece ho un desiderio che posso esaudire qui e ora. In questa notte mite voglio volare. Anche solo per qualche secondo sentire l’aria fendermi le tempie.
E poi… che importa.
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